Il Santuario del Monserrato all’isola d’Elba
Il Santuario del Monserrato
Nel 1606 José y Leon dei duchi di Arcos, governatore spagnolo di Napoli e primo governatore della piazza di Longone, fu sorpreso da una improvvisa tempesta mentre risaliva la costa tirrenica in prossimità dell’Argentario. Mare grosso e rischio naufragio: il nobile invocò la nuestra senora di Monterrat, cui, da buon spagnolo, era devotissimo.
La preghiera ebbe successo e il suo vascello approdo nelle acque sicure di Porto Longone. Don Josè per riconoscenza decide di edificare un santuario dedicato alla Madonna di Monterrat, simile a quello omonimo della Catalagna, vicino a Barcellona. Il santuario elbano fu costruito in una stretta valle alle pendici di Monte Castello: luogo aspro e selvaggio, ricco di vette aguzze e di sorgenti: un ambiente che ricordava a Don José la sua terra. La chiese venne affidata ai padri agostiniani di Piombino. Nel suo testamento, nel 1616 Don José pensò anche al mantenimento del luogo religioso, infatti donò un mulino nei pressi di Reale, terreni, fabbricati, affinché vi si tenesse messa ogni giorno. Una piccola cappella di chiara matrice barocco-iberica, con la sua alta cupola, divenne da allora custode di un prezioso dipinto della Moreneta spagnola, (donata da don José) le cui “grazie” erano testimoniate da numerosi ex voto conservati (sino a qualche decennio fa) nella sagrestia della chiesetta.
Nel 1759 la piazza di Longone entrò a far parte del Regno di Napoli e si verificò che il patrimonio iniziale si ridotto di molto. Nei secoli XVII e XVIII il santuario divenne metà di molti pellegrinaggi e furono realizzati anche locali per la dimora di 4 o 5 eremiti. Nel 1722 il governatore Don Diego d’Alarcon chiese a Filippo V di dislocare nel santuario alcuni religiosi per l’assistenza religiosa ai militari. San Paolo della Croce stabilì la sua residenza sul Monte Argentario e nel 1729 fece diverse tappe all’isola d’Elba, pensò quindi di aprire un convento per il suo ordine (i passionisti) ma, anziché istituirne uno ex-novo, fece richiesta la governatore di utilizzare quello di Monserrato. I monaci agostiniani si espressero contro tale ipotesi. Verso la fine del ‘700 i passionisti tentarono nuovamente ma ricevettero un secondo e definitivo diniego. Nel 1814 Napoleone, durante il suo esilio elbano, accompagnato da Pons de Leon e dal maresciallo Bertrand, visitò il santuario.
La custodia affidata ai romiti terminò nel 1866. Dopo un periodo di abbandono, negli ultimi anni il santuario è stato riaperto al culto, restaurato e l’8 settembre di festeggia la Madonna del Monserrato.
Lo scrittore francese M. Valerj, (Antoine Claude Pasquin detto Monsieur Valery; Voyages en Corse, à l’île d’Elbe et en Sardaigne, 1837) in occasione della visita fatta al santuario, racconta “se le strade e le grandi costruzioni annunciano la dominazione dei romani oppure dei francesi l’impero, gli eremitaggi e i luoghi di devozione, visitati dai pellegrini, sono le tracce più caratteristiche e più durevoli della dominazione spagnola”. Queste le parole dello scrittore francese in merito alla sua visita al Santuario effettuata nel 1836;
I dintorni di Portolongone sono piacevoli e pittoreschi: si notano persino palme che producono datteri commestibili, un vantaggio che hanno anche rispetto alle rare palme della Corsica e alle numerose palme della Sardegna.
Mi recai al poetico eremo di Montserrat, tra picchi e alte rocce, preceduto da un bel viale in salita di cipressi mescolati ad aloe allora in fiore. Davanti alla cappella, un pergolato forma un rustico pronao da cui si gode una splendida vista sull’immenso mare all’orizzonte. Un ruscello perpetuo proveniente dalla montagna scorre con acqua squisita, ma non ha più la stessa freschezza alla fontana dell’eremo, poiché il condotto che la porta non è coperto.
L’eremita, frate André, è come al solito solo un custode contadino; ma oltre alla festa della Madonna, nel mese di settembre, i sacerdoti di Portolongone vengono abbastanza spesso a celebrare la messa in questo piccolo e pittoresco eremo. La Madonna di Montserrat è, come si sa, una devozione spagnola. Se le strade e le grandi costruzioni annunciano il dominio dei Romani o dei Francesi dell’Impero, gli eremi, luoghi di devozione visitati dai pellegrini, sono le tracce caratteristiche e più durature del dominio spagnolo. Non so se Napoleone abbia visitato il Montserrat, ma mi sembrava che l’aspetto di questa fresca, tranquilla e religiosa solitudine avrebbe potuto calmare la sua anima, farlo riflettere su se stesso e disilluderlo per sempre dalle ambizioni e dalla gloria umana.
La stretta valle del Montserrat fu teatro della sconfitta dei tedeschi da parte degli spagnoli il 9 maggio 1708; la cima di una delle montagne è chiamata da allora Sassi Tedeschi, perché i fuggitivi che si credevano al sicuro a quell’altezza furono inseguiti e uccisi dagli accaniti vincitori. Con una strana volgarità, il generale tedesco, per non compromettere la legittimità dell’arciduca, aveva ritenuto opportuno scrivere il giorno prima al coraggioso Pinel de Mauroy, generale delle truppe di Filippo V e governatore di Portolongone, solo con la dicitura al nemico (al nemico). Pinel, che si era mostrato umano nei confronti dei prigionieri tedeschi e che, nonostante la corrispondenza incivile del loro generale, aveva scritto di proprio pugno a uno dei loro colonnelli per dargli notizie del fratello prigioniero e ferito e per annunciargli che poteva mandargli il proprio chirurgo e ogni tipo di soccorso, questo francese così cortese, come certi uomini affabili in società e tiranni in casa, fu crudele con gli abitanti dell’isola d’Elba che non aveva trovato abbastanza devoti alla sua causa, e meritò di essere destituito.