Propongo una riflessione personale su questo triste fine inverno e inizio primavera del 2026. Le guerre e il tramonto della ragione. Con inadeguati psicopatici a governare le sorti del nostro pianeta.
Prendo spunto (e utilizzo le loro parole) da due interventi apparsi sulla stampa. Uno di Sergio Labate del 17 giugno 2025 e uno di Alberto Negri del 2 marzo 2026.
Bombardare Teheran, ovvero il suicidio dell’Occidente, Sergio Labate, 17 giugno 2026
A Gaza si continua a morire.
E mentre Gaza muore noi abbiamo altro per cui riempire le nostre pagine social: la bomba atomica dell’Iran, questa gigantesca “minaccia esistenziale” per Israele e per tutti noi.
Che in effetti, come è a tutti noto, non esiste e si affianca – quanto a dispositivo di propaganda – alla “minaccia esistenziale” di Putin che sarebbe già pronto a invadere Lisbona. Un’arma di distruzione di massa trasformata in arma di distrazione di massa.
Non possiamo avere nessuna simpatia per il sanguinario regime teocratico iraniano ma…
l’Iran ha un programma nucleare che è in itinere, la cui fine – ammettendo le peggiori intenzioni – non solo è di là da venire ma è anche rallentata da controlli serrati da parte di organismi terzi e internazionali. Israele ha un arsenale atomico esibito e accertato che però viene pubblicamente e sfrontatamente sottratto a ogni controllo eventuale…
Questi dati di fatto non sono un punto di vista soggettivo delle cose, ma le cose per ciò che sono, niente di più o niente di meno … Quindi, stando ai dati di fatto e per ciò che concerne le “minacce esistenziali”, siamo di fronte a una scena in cui una persona con una pistola in mano sta attaccando un’altra persona che la pistola – ammesso che ce l’abbia – non la potrà usare ancora per molto tempo. E la giustificazione del suo attacco è che avere una pistola in mano è una “minaccia esistenziale”. Come non essere d’accordo a osservarlo con attenzione, in effetti? Israele è una minaccia esistenziale per tutti, ormai.
Ma come definire quello che oggi viene usato come argomento per giustificare guerre, sangue e morte, soprattutto di civili? Cioè la “minaccia esistenziale”.
La minaccia esistenziale può applicarsi con rigore esclusivamente quando riguarda l’intera umanità. La crisi ecologica è senza dubbio una minaccia esistenziale, perché mette in pericolo la vita umana di tutti, non solo questa o quella vita umana, questa o quella nazione. Invece l’uso soggettivo della minaccia esistenziale è sempre problematico. Detto più chiaramente: non c’è guerra o sterminio avvenuto nella storia umana che non abbia avuto come giustificazione una qualche forma di minaccia esistenziale.
Persino la Shoah veniva legittimata come un tentativo di difendere la purezza della propria razza messa a repentaglio dalla presenza degli ebrei …Se un uso politico si può, dunque, fare della categoria di “minaccia esistenziale”, dovrà avere qualche elemento oggettivo di contenimento.
Prendiamo l’invasione di Putin in Ucraina. Invasione di un paese sovrano effettuata con la giustificazione di una “minaccia esistenziale”, esattamente come Netanyahu in Iran … Nel primo caso abbiamo il dovere di reagire e difendere gli invasi, mentre nel secondo caso dovremmo appoggiare l’invasione? L’unica risposta che mi aspetto di ottenere è quella fondata sulla superiorità morale dell’Occidente. Netanyahu può invadere un paese sovrano perché è il rappresentante di una democrazia e il suo obiettivo è liberare da una dittatura.
Putin non può farlo perché è un dittatore e il suo obiettivo è di distruggere una democrazia (facciamo finta che lo sia davvero).
Ma non è difficile capire come in questa risposta l’Occidente stia negando se stesso e, in particolare, stia rimuovendo la grande architettura politica moderna che ha fatto del diritto l’argine a ogni arbitrio e a ogni abuso della forza.
Questa risposta non ha nulla a che vedere con l’Occidente che si è messo in discussione, che ha riconosciuto le proprie responsabilità imperialistiche e colonialistiche, che pretende di ancorare le democrazie a un sistema di bilanciamento liberale (altro che comunismo, qui si tratta ormai quasi soltanto di difendere la democrazia con argomenti rigorosamente liberali) e che, soprattutto, sa che non può esserci un potere al di sopra delle leggi, capace di qualunque cosa … In una teoria liberale, l’argomento della “minaccia esistenziale” può essere utilizzato da un singolo Stato solo a due condizioni: che esso non diventi un pretesto per mettere in discussione il principio dell’autodeterminazione di un popolo e soprattutto che tale minaccia sia giudicata non da chi è parte in causa, ma da un organismo terzo e sovranazionale.
Questa risposta non potranno mai darla, perché è evidente che l’invasione di Israele non rispetta nessuna di queste condizioni e che non c’è alcuna differenza tra Netanyahu e Putin dal punto di vista della gravità dell’attacco a territori sovrani.
E che dire della seconda affermazione “deterrenza nucleare” anch’essa usata come giustificazione delle aggressioni. Nel passato, dopo la seconda guerra mondiale … la deterrenza atomica si spiegava in questo contesto: alcuni Stati hanno delle armi che non possono davvero usare, perché il loro uso è una “situazione limite” dell’umano: adoperarle significa mettere fine all’umanità tout court, non solo a quella del nemico. È per questo che grandi filosofi – i più celebri sono Anders e Jaspers – hanno fatto dell’atomica il simbolo di una civiltà che ha accresciuto la propria tecnica a livello tale che la sua massima potenza consiste nel massimo annientamento, nella distruzione totale.
Da poco più di tre anni a questa parte, l’atomica non è più un tabù dei nostri discorsi politici … Quando l’atomica è dei nostri amici, è qualcosa che possiamo esibire con orgoglio e non più con vergogna, come la prova della nostra forza (Israele docet). Quando l’atomica è dei nostri nemici, è solo un armamentario simbolico: dobbiamo fare la guerra a Putin senza considerare che la Russia è una potenza atomica. Fare come se non ci fosse, tanto mica sarà così pazzo da usarla …
L’effetto straniante di tutto ciò è sotto gli occhi di tutti: se qualche decennio fa dell’atomica si parlava solo in termini di disarmo o di deterrenza, oggi se ne parla in termini proattivi, non escludendone l’uso (cioè quello che fino a pochi anni fa non doveva essere nominato perché non poteva essere immaginato).
Ma in fondo vale anche per l’atomica la logica che valeva per la “minaccia esistenziale”. Chi decide chi è davvero pericoloso? Chi è parte in causa o degli organismi terzi e internazionali, quelli che abbiamo ridotto a finzioni caricaturali? Ma soprattutto, perché chi attualmente ha l’atomica può definire come minaccia esistenziale qualcuno che vorrebbe averla e che, a questo punto, ha tutto il diritto di pensare che quel Paese che già possiede l’atomica sia una minaccia esistenziale per sé?
È il paradosso dell’educatore. Se io dico a mio figlio che fumare fa male mentre sto fumando la sigaretta, non sarò troppo credibile. Così vale per Israele: se grida al lupo al lupo mentre indossa orgogliosamente i panni di un lupo, non credo serva a molto. A meno di non pensare che questo è lo stato di natura e che solo la forza definisce i rapporti internazionali. Per carità, si può pensare anche. Ma poi non parliamo di superiorità morale dell’Occidente, magari soltanto del suo suicidio.
Gaza muore. Ma ormai non ci interessa quasi più. È uno spettacolo in seconda visione, dobbiamo andarlo a cercare nei cinema di periferia. Sui multiplex la distrazione di massa prevale, ci avvince. Le mirabolanti avventure dell’Occidente che salveranno le donne oppresse da un regime brutto e cattivo (è scontato che il salvatore delle donne sia sempre un maschio bianco e di una certa età). E chi lo nega. Solo che per salvarle, intanto le stiamo uccidendo. Oggi Israele ha chiesto di abbandonare immediatamente una zona di Teheran, prima che arrivassero le bombe. Che paese avanzato che preserva i civili in ogni maniera. In quella zona ci sono 300mila abitanti. Voi avete idea di cosa possa significare evacuare un numero tale di gente in pochi minuti e col terrore dei bombardamenti? Non si può, semplicemente. È una trappola, ma noi la definiamo guerra intelligente.
Gaza muore e con lei anche le donne di Teheran. Quanto dolore innocente e inutile! Israele e l’Occidente si sentono minacciati esistenzialmente da una bomba che non c’è, mentre contribuiscono ad avvampare l’unica minaccia che continuerà a sfibrarli per anni e anni.
Si chiama terrorismo: la reazione inevitabile dei figli di quelle donne che con la scusa di salvare stiamo intrappolando, di tutti quelli che a Gaza hanno perduto ogni cosa. Di tutte queste vittime non resterà che la memoria: nessuna arma intelligente d’Israele potrà cancellarla (se non le armi nucleari, probabilmente). E la memoria diventerà presto minaccia, volontà di vendetta. Continuiamo così, suicidiamo l’Occidente. Ma sentendoci vittime-.
Le guerre coloniali senza fine, Alberto Negri, 1 marzo 2026
Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. Dal 1980 ne abbiamo già viste sul campo di guerre inutili (1980-88, 1990-91, 2003-2010) e un paio più brevi in poco più di 45 anni.
Ogni volta si pensava fosse quella definitiva: per raggiungere quale scopo, oggi come ieri, non è dato sapere. Se non uno: quello di fare di Israele la potenza dominante della regione con la distruzione di interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano sul menù del Board of Peace di Trump, dove i miserabili accoliti di Trump una decina di giorni fa a Washington canticchiavano nel microfono come dei Fantozzi in gita aziendale.
E sul menù ci siamo anche noi europei, incapaci di qualunque iniziativa diplomatica sia nel Golfo che in Ucraina, ai quali Trump e Netanyahu non fanno neppure una telefonata per avvertirli che comincia un altro conflitto.
Ce ne accorgeremo quando schizzeranno le quotazioni del petrolio, soprattutto se l’Iran, gran produttore di greggio e di gas, dovesse chiudere, come annuncia, lo stretto di Hormuz dove passa il 25% dei rifornimenti mondiali di oro nero.
Per rispondere all’attacco di Israele e degli Usa, l’Iran ha attaccato basi americane in Kuwait, Emirati, Qatar, Bahrein e Arabia saudita.
Il messaggio è chiaro: la guerra, se l’attacco continua, si può allargare. Quanto a Russia e Cina, coinvolte come alleati in periodiche manovre militari con Teheran, hanno chiesto la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma non interverranno.
I russi, che pure ieri condannavano un attacco “non provocato” – e hanno già perso alleati come Siria e Venezuela – se aumenta il prezzo del petrolio si accontentano e non vogliono rovinare i rapporti con Trump. Pechino, che riceve Trump tra qualche settimana, pensa che si può accordare con lui sulla divisione delle sfere di influenza, l’unico mantra chiaro espresso da The Donald.
Come sempre l’interrogativo non è solo perché si fa la guerra ma quanto dura.
Contro ogni norma del diritto internazionale Trump e Netanyahu dicono che hanno attaccato “preventivamente” per colpire il programma nucleare di Teheran, distruggere i suoi missili balistici e incoraggiare il cambio di un regime definito dal premier israeliano “sanguinario”.
Sicuramente lo è perché ayatollah e pasdaran hanno fatto fuori migliaia di oppositori. Ma Benjamin Netanyahu, autore del genocidio di oltre 70mila palestinesi a Gaza e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, non è da meno.
Lui promette di liberare l’Iran e fare degli iraniani i sostenitori di un “eterno Israele”. Qualche dubbio c’è: gli israeliani hanno comunque fatto fuori una ottantina di bambine iraniane nell’attacco a una scuola e dopo avere messo nel mirino la Guida Suprema Khamenei e il presidente Pezeshkian avrebbero eliminato il capo dei pasdaran e il ministro della difesa.
Il premier israeliano ha già fatto il casting e trovato il titolo al film di questa guerra: “Ruggito del Leone”, a richiamare il simbolo della bandiera monarchica.
Reza Palhevi, erede del trono del pavone, ha dichiarato che la prima cosa che deve attuare l’Iran, una volta abbattuto il regime, è quella di riconoscere subito Israele e firmare il Patto di Ciro, una versione aggiornata dei patti di Abramo.
Di dare pane, lavoro e un futuro agli iraniani, già massacrati e impoveriti da ayatollah e pasdaran, non se ne parla, casomai ci si penserà più tardi, perché uno straccio di programma politico dell’opposizione non esiste…
Un cambio di regime è possibile?
Proviamo a scavare nel passato del Golfo. Il rais iracheno Saddam Hussein il 22 settembre 1980 attaccò l’Iran, la repubblica islamica di Khomeini, sicuro di farne un boccone, con il sostegno finanziario delle monarchie sunnite del Golfo e militare dell’Urss e dell’Occidente.
Terminò con un milione di morti e i confini sullo Shatt el Arab immutati ma erano stati gettati i semi di una nuova instabilità.
Il raìs invade nel ’90 il Kuwait e una coalizione internazionale di almeno 40 Paesi guidata dagli Usa lo sconfigge.
Bush senior allora invitò alla rivolta contro Saddam curdi e sciiti che poi vennero massacrati a centinaia di migliaia: a Najaf le mura della moschea di Alì, quella con la cupola d’oro, per anni rimasero imbrattate dal sangue dei ribelli.
La guerra sembrò definitiva anche nel 2003 quando gli americani invasero l’Iraq. Dalla terrazza dell’Hotel Palestine si vedevano i missili Cruise americani colpire il bersaglio, neppure scalfiti dalla contraerea irachena: la città rimase subito al buio e la luce non tornò più per anni.
Il Paese scivolò nell’anarchia e nel saccheggio. Un giorno gli americani ammainarono bandiera su ordine di Obama, impegnato anche in Afghanistan dove oggi c’è una nuova guerra con il Pakistan, e, dopo Al Qaeda, arrivò pure il Califfato, a caccia di sciiti, curdi e yazidi.
L’Isis riuscì a fare quasi uno stato a cavallo tra Iraq e Siria. Nessuno di questi Paesi oggi esiste più se non sulla carta geografica. Il Medio Oriente ha il cappio al collo. Gli israeliani e Trump vorrebbero metterlo agli ayatollah ma non sanno davvero se ci riusciranno e quanto ci metteranno.
Una certezza l’abbiamo, è il bottino delle guerre del Golfo. Non la democrazia, non lo sviluppo dei popoli e delle nazioni ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo assoluto sulle risorse del Medio Oriente. Quindi si annunciano altre notti illuminate da missili, droni, traccianti, dove nel buio, insieme alle luci, si spegne anche l’ultimo barlume della ragione. Quello, per altro, lo avevamo visto scomparire da tempo.