Sabato 27 settembre 2025

Sabato 27 settembre 2025

Come sempre Irene è puntuale con il suo portato della memoria viva che è incisivo e tocca nel profondo.

“Ho tante foto di nonna . Almeno lei è vissuta abbastanza per avere tante tante foto.
Comunque questa nonna qua l’abbiamo salutata tempo fa ed è l’unica nonna che resterà nel ricordo. Quella del carrello da 150€, della lisciva anche per lavarsi le mani, del risotto ai funghi e delle polpette di Simmenthal.
Presenza invadente, giudicante, ma comunque sempre nonna e certezza per noi.
Speriamo che adesso sia in un posto in cui potrà incontrare quella felicità e spensieratezza che forse non ha mai conosciuto qua tra noi.”

Io più didascalicamente mi affido alla mia orami lunga e a volte debole memoria storica (che palle!). Prendo in prestito le parole, come prima riflessione, le parole della grande Marie …
“Nella nostra epoca l’idea della morte è spesso rimossa e allontanata come un tabù. Ma è davvero soltanto un evento assurdo, angoscioso, privo di senso?
Come morire?
Viviamo in un mondo che ha paura di questa domanda e quindi la evita. Altre civiltà, prima di noi, guardavano la morte in faccia. Tracciavano per la comunità e per il singolo la via del passaggio. Davano ricchezza e senso al compiersi del destino. Mai forse il rapporto con la morte è stato povero come in questi tempi di aridità spirituale in cui gli uomini, nella fretta di esistere, sembrano eludere il mistero, ignari di prosciugare così una fonte essenziale del gusto di vivere.
… La morte può far si che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’essere umano una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove? … Chi morirà vedrà …
La morte. Arriva per tutti. La nascondiamo “come se fosse vergognosa e sporca. Nella morte vediamo soltanto orrore, assurdità, sofferenza inutile e penosa, ingiustizia, scandalo insopportabile: è invece il momento culminante della nostra vita, ne è il coronamento, quello che dà senso e valore. Resta comunque un immenso mistero, un grande punto interrogativo che portiamo nell’intimità più profonda…”
… Morire si rivela un’occasione per vivere con intensità mai provata prima e raggiungere la vera pienezza…
(Marie de Hennezel)

Eravamo nel 1976, credo ed era la prima volta che salivo le scale della casa di Ombretta. La porta era ancora quella pesante a due ante di legno scuro con la chiave grossa come i portali dei castelli medievali. Avevo visto molte case scorrere lungo la strada di San Giovanni mentre tutte le mattine partivo da Rio Marina (con la combriccola dei cari amici d’infanzia) e mi recavo a scuola da Rio Marina a Portoferraio. Pensavo a quell’invito a studiare da questa singolare e silenziosa compagna di scuola insieme ad altri (Patrizia e Giovanna) e mi immaginavo di arrivare ad una delle case-ville signorili che avevo sbirciato dal finestrino del pullman.

La casa aveva un bel viale ma non era una delle ville. Giudicai semplice la casa e anche l’accoglienza (ricordo il pranzo, scaloppina al formaggio). Forse Ombretta era un po’ un difficoltà per questa semplicità, ma, come suo stile, seppe far fronte alla situazione con estrema intelligenza e nobiltà.

Mi credevo un privilegiato: avevo una bella e grande casa sul mare, poi Patrizia apparteneva alla classe dominante con notevoli proprietà e Giovanna era figlia di facoltosi commercianti “vaporini”.
Il babbo di Ombretta era, per scelta, un semplice manovale e il mio, un marinaio pescatore. Da quel momento in poi insieme, senza soldi, abbiamo saputo costruire il nostro futuro, le nostre case e la nostra splendida famiglia.

Quelle scale, quella casa, quella nonna anziana e ricca di gioia, quei genitori “semplici”, lo zio volubile, divennero parte integrante della mia vita. Giulio e Cesira seppero farmi il regalo più grande che mai avrei immaginato di meritare: una compagna per la vita, dolce, piena di amore di pensieri felici  per me e per tutti. Quelle scale, quella casa hanno segnato e vissuto molti trapassi. Storie cariche di vita e di passioni di cui le mura si sono nutrite e noi le abbiamo vissute intensamente.

Nonna Niccolina, arrivata all’Elba dalla Sardegna dell’Iglesiente in cerca di lavoro nella grande acciaieria;  ricordava spesso la visita della mia casa di Rio Marina, sorpresa dalla sua ampiezza e raccontava delle molte stanze “cambere, cambere, cambere”. Condivideva la camerina con Ombretta e in punta di piedi ogni notte tornava al suo giaciglio vicino a quella sua dolce nipote.

Zio Renzo, il biondo, come lo chiamavano tutti, capace di ogni impresa, dalla goliardia all’alterigia, dal condividere con noi la vendita di libri al banchino a Porto Azzurro al rifare completamente il pavimento della prima nostra casa … quella casa che è la stessa dove sono nati i nostri figli. Molto irascibile, con niente poteva passare dalla rabbia più cupa allo scherzo più audace.

Giulio con la sua calma placida del contadino nei momenti in cui era intento alle sue occupazioni esterne, il suo sorriso mascherato per le poche gioie che la vita gli riservava, specie quando andava fuori dall’isola, durante il suo lungo viaggio in Germania per vedere suo figlio e durante l’unico vero viaggio fatto con i suoi piccoli nipotini. Eppoi la rabbia interiore verso un fato troppo segnato che gli imponeva un ruolo giudicante e aggressivo nel suo rapporto rispetto ad ogni azione e decisione della moglie.

Mamma. Gli ultimi suoi anni condivisi con Cesira, tra lavatrici assassine, furti nei campi,  competizione, invidia, odio e amore da entrambe le parti. E dopo si sono mancate, come l’aria, alla stessa stregua come  è  mancato loro l’ultimo respiro.

Ed ora Cesira. La casa è vuota. Restano tanti oggetti (tra cui quella bottiglia di aleatico che “avrei volentieri rubato”) che collegano ai momenti passati,  i ricordi, gesti, sguardi, movimenti, percezioni, foto (poche normali e molte digitali) che raccontano le feste, i Natali, le straordinarie colazioni pasquali, i compleanni, le estati, gli inverni.

Certo lei giudicava, come racconta Irene. Ed era giusto così. Aveva vissuto un infanzia spezzata, perso fratelli, specie il suo gemello, in modo straziante, cresciuto i figli nella ristrettezza ma nella fierezza di avercela fatta, di aver realizzato la sua famiglia e di aver una sua casa.

Certo avrebbe potuto credere di più, come credeva nel segno della croce che si faceva sempre passando dalla chiesa sconsacrata della Sghinghetta, oppure presso il ponte della Madoninna, o al tabernacolo delle Fontine di Val Carene, avrebbe potuto credere un po’ di più nel sereno dolore di vedova, di mamma piena di figli amorevoli e di nonna e bisnonna ricca di tanti e variegati nipot#.

Ma la storia è andata così e credo che Irene abbia ragione “… è la nonna del frigo pieno, della coca cola sempre fresca…”

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